Society, I’m back: una settimana altalenante fra trauma da cambiamento, ambientazione e un vago sapore di casa

Un calice di vino rosso davanti, sorseggiato lentamente mentre siedo all’aperto al tavolo di legno nella tiepida e dolce luce del tramonto alla fine di una intensa giornata di lavoro. In compagnia, buona compagnia, finalmente.

Chill out – relax. Poche parole tra noi, ma è così che mi piace. Io son così, una “chill out” person. Una persona rilassata.

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Grazie a Magali per questa fantastica foto

Respiro pace e un vago sapore di casa.

È iniziato un nuovo capitolo d’Australia, ambientato a Helidon, in Queensland.

Non è iniziato nel migliore dei modi, anzi. Stavolta il cambiamento è stato un vero e proprio pugno allo stomaco. Viaggiare e spostarsi continuamente comporta anche questo anche se non se ne parla quasi mai: viaggiare a lungo termine non è sempre e solo bello e adrenalinico, anzi. Non si vive in paradiso solo perché si è usciti dalla “routine” di una vita più stabile.

Sono saltata su un pullman a Moree dopo tre mesi e mezzo di isolamento sociale e lavoro duro e mi son catapultata direttamente dentro questo nuovo lavoro e mondo. Sono arrivata qui fisicamente e moralmente stanca, con un’immensa nostalgia di casa che è da un po’ che non se ne va. 

Nostalgia, si, eppure appena mi fermo per pensare razionalmente so che non starei a casa per più di una settimana, e che i miei piani a lungo termine tutto prevedono meno che un ritorno stabile in Sardegna. È una delle poche cose che è sempre stata chiara dentro di me infatti: non starò nella mia isola, però non ne voglio nemmeno stare troppo lontana, per poterci tornare a darle un morso quando la fame di lei -delle sue persone- si fa irresistibile.

Continuo a sorseggiare questo vino dolcissimo e a sgranocchiare pezzetti di formaggio e sembra agosto anche qui, agosto come da noi intendo. Perché, non dimenticatelo, in teoria qui sarebbe inverno. Ma, per farvi capire di che inverno si tratta, si lavora in cappello e costume da bagno e si usa la crema solare.

 serre

Lavoriamo a suon di musica (ci fa compagnia anche Rino Gaetano) con le verdure e le erbe: basilico, prezzemolo, coriandolo, lattuga, spinaci, pak choy (cavolo cinese), cavolo riccio e altre verdure che vanno di moda qui. La coltivazione è di tipo idroponico, ciò significa che le erbe crescono su dei tavoli, con poco terriccio e parecchia acqua, non sul suolo. Si seminano, si trapiantano, si tagliano, impacchettano e trasportano al mercato a Brisbane, a circa 100 km da qui. Oltre alla “contadinella” faccio quindi anche da autista ed è stata una grande soddisfazione personale mettermi al volante di un van in Australia, dove gira tutto al contrario e si guida sulla sinistra. Ciò significa volante sulla destra, cambio con la mano sinistra e frecce con la mano destra: il primo giorno non conto quante volte ho azionato i tergicristalli anziché la freccia e dato sbordate allo sportello perché cercavo il cambio dalla parte sbagliata. Sbagliando (e ridendoci su) comunque si impara!

 van

È bello acquisire nuove competenze e ampliare il proprio bagaglio di esperienze, ma i primi giorni, quelli in cui è tutto nuovo, la casa, le persone, le mille piccole attività che compongono il lavoro, lo stress e la pressione mi schiacciano.

Il primo periodo di un nuovo lavoro nulla si sa di cosa si farà effettivamente: i verbi suonano privi di significato, come si può davvero capire qualcosa che non si è mai fatto?

Le parole “picking-packing-seedling-driving” (raccogliere-impacchettare-seminare) dicevano tutto e niente del lavoro che avrei fatto: concretamente non sapevo in cosa consisteva la pratica. Ora che l’ho fatto sembra tutto semplice e scontato, ma non è così quando si inizia. Ora so che per seminare si usano dei setacci di tipo diverso per ogni seme, che prepariamo noi il mix di terra, sostanze minerali e fertilizzanti, che ne riempiamo delle vaschette. So dove vengono conservati i semi, so dove si ripongono le vaschette una volta seminate, so quanti passaggi ci sono dal seme al raccolto. So che quando le piante sono molto piccole è un lavoraccio trapiantarle mentre se si aspetta che siano un po’ cresciute diventa un gioco da ragazzi, so che il pak choy si taglia e impacchetta in un modo e il coriandolo in un’altro, e così via per ogni singola pianta.

Baby coriandolo

Baby coriandolo

Ora lo so, e sembra tutto banale, ed è banale per chi ci vive da una settimana ma non per chi arriva qui il primo giorno e si sente un’idiota perché non può stare al passo con gli altri.

Odio quella sensazione: il non sapere, sentirmi ignorante, persa.

Così mi son sentita appena arrivata (e ogni volta che arrivo in un nuovo posto): mi sento persa, tra volti nuovi. E poi è tutto ancora una volta da “fare mio”, da conquistare, su cui “far colpo”.

Cerco di esser perfetta, di essere quella che vorrei e non sono e questo mi costringe a sentirmi sotto pressione ed, inevitabilmente, a perdere.

Cerco ammirazione da parte degli altri? Cerco di essere amata? Mi comporto in base a questi obiettivi? A volte ho questa sensazione, e la odio.

Perché vivere in questo modo significa recitare e non voglio essere una commediante.

Perché non sarò mai la persona ideale che vorrei essere, il modello che ho nella testa è senza difetti e quindi irraggiungibile.

A volte quindi a sovrastarmi è la sensazione d’essere una perdente, “a big loser”. È frustrante.

A grandi sogni corrispondono anche grandi delusioni: io mi aspetto molto da me stessa, e vado incredibilmente giù quando la stanchezza mi schiaccia e l’adrenalina è agli sgoccioli.

Da questo blog traspare una personalità allegra e vitale, e poco spazio invece ho dato ad altri lati di me che occupano nella realtà più ore della mia giornata.

Sono una persona che è tutto è il contrario di tutto: non sono lineare e coerente, mi contraddico spesso, sono piena di dubbi e insicurezze. Talvolta mi amo alla follia, talvolta mi odio e vorrei resettarmi. Cerco di convivere bene dentro questo corpo in continua oscillazione di peso e d’umore, ed ho imparato che quando la negatività mi assale è importante distrarmi però a volte è inevitabile ignorarla. Ne sono talmente pervasa che l’unica cosa che realmente sento di fare è accucciarmi e dormire. Entrare in uno stato in cui non esisto e lasciare che il tempo fluisca e mi cambi. Perché io sento di non aver potere su lei.

Oggi quindi va bene, è già passata una settimana dal mio arrivo a Helidon e riconosco già dietro ognuno dei volti delle ragazze con cui vivo delle personalità, ormai i loro nomi mi sono familiari, loro hanno capito un po’ chi sono io e io ho inquadrato un pochino loro.

Senna e Ulla dalla Finlandia, Maria, Myra e Mayve dall’Irlanda, Magali dalla Francia, Elisa dalla Sardegna: un bel gruppo, ragazze simpatiche, alla mano, estremamente gentili e rilassate. Ma appena arrivata qua sono stata sommersa dalla sensazione di nuovo: erano solo dei volti e dei corpi sconosciuti, e per quanto nessuna di loro fosse ostile nei miei confronti io mi son sentita sotto pressione, schiacciata probabilmente dalla mia necessità di dover apparire migliore e diversa da quella che sono.

Ho bisogno di tempo per prendere confidenza, ho bisogno di tempo per superare la barriera ed entrare in contatto. Sono timida e silenziosa, e non mi scopro facilmente.

E non riesco a legare con tutti, vorrei ma non ho quella capacità.

Vorrei imparare ad accettarmi per quella che sono, coi miei difetti fisici e interiori, vorrei non continuare a rimandare a domani l’amare me stessa perché credo che domani sarò migliore di oggi. Domani infatti mi deluderò comunque, non sarò ancora quella che voglio.

Volgo lo sguardo attorno a me.

Queste colline ricordano quelle della Marmilla, questo giallo e il verde scuro i suoi colori nei mesi caldi.

tavolo

Il mio angolo preferito la sera prima che tramonti il sole (dopo il tramonto è l’angolo preferito dalle zanzare)

Siedo insieme alle altre ragazze, e penso che nemmeno loro son perfette. Eppure le loro imperfezioni le rendono speciali, le caratterizzano, mi piacciono e ci siamo già accettate a vicenda.

Eh già, è decisamente più facile accettare gli altri che noi stessi.

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6 risposte a “Society, I’m back: una settimana altalenante fra trauma da cambiamento, ambientazione e un vago sapore di casa

  1. Ciao Serena penso che ti stai semplicemente cercando, c’è chi lo fa specchiandosi negli ochhi degli altri e chi come te si mette alla prova ogni giorno superando le prove che la vita, nostra grande insegnate, ti presenta…e vai tranquilla e orgogliosa di te stessa perchè stai facendo un ottimo lavoro. Ogni giorno troverai un pezzettino di te, con grandi sacrifici, non guardarti indietro ma sempre avanti;la Serena che sei ti sta aspettando, e all’arrivo ti specchierai nei Suoi di occhi, della vera Serena che sei e che non conosci completamente!
    Ciao.
    Katia

  2. Ciao Serena….le tue parole mi hanno toccata particolarmente, mentre leggevo mi sembrava come se fosse stata la mia mano a scrivere….mi rivedo moltissimo nei tuoi pensieri, nelle tue insicurezze e nelle tue paure….per non parlare della negatività che assale e tormenta anche me….. Maira.

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