Bye bye Cunningham

scarponi

Appendo gli scarponi al chiodo, parcheggio via il quad, saluto i cavalli. E non c’è la minima nota di tristezza o malinconia in me ma solo l’immensa gioia per una tappa che si conclude e gli interrogativi, i dubbi, le preoccupazioni per il viaggio e la sfida futuri: in questi giorni richiederò il visto per il secondo anno, vedremo se mi verrà rilasciato (per la modica cifra di 365 dollari). Se così non dovesse essere vorrà dire che il 5 settembre massimo sarò a casa (messaggio di servizio: mamma inizia a preparare i dolci!). In alternativa la prossima destinazione all’orizzonte è Helidon, nei pressi di Toowoomba, a due passi da Brisbane, Queensland: ad aspettarmi una farm di lattughe, erbe, basilico, nuove conoscenze ed Elisa, amica e futura socia in affari con la quale sventolare i nostri quattro mori al vento.

E raggiungere lei è un po’ come tornare a casa 🙂

Ultime foto dei personaggi e delle storie da Cunningham

No, non è un frutto esotico... è un uovo d'emù!

No, non è un frutto esotico… è un uovo d’emù!

I piccoli emù

I piccoli emù

 

Piccoli Emù – che hanno fatto una brutta fine.

All’inizio erano tre. Batuffoli che sapevano a malapena camminare. Li aveva portati Ben, trovati nelle campagne vicino a casa (che il mio primo pensiero gentile è stato: ma perché non li ha lasciati dov’erano?). Messi nel pollaio insieme a galline, gallo, pavone e anatra. Ribattezzata killerduck dopo che ne ha fatto fuori due – il terzo, sopravvissuto per miracolo, non son sicura sia stato il più fortunato vista la sorte che gli è toccata. Per proteggerlo (e quindi cercare di limitare l’immenso dolore provocato dalla morte dei suoi fratellini alla bambina il cui animale preferito è il “baby emu”) è stato confinato in una gabbietta di 50 cm per 20. Roba che quando l’ho visto lì ho avuto un attacco di claustrofobia per immedesimazione. Il povero ha pigolato per due giorni sempre più debolmente e io intanto gli cambiavo l’acqua e cercavo di dargli da mangiare.

Poi i padroni son partiti.

E ora siamo solo io e te, tu e io.

Io e i miei due neuroni, uno che inneggia “free emù, free free free” e l’altro che risponde “non è tuo – ti hanno detto di tenerlo così – è loro – torneranno“.

Ma il tono di pigolio dell’emù si rivela inversamente proporzionale al mio grado di sopportazione e così decido di mettere in azione un piano per dargli spazio ed erba fresca: lo libero all’interno di una piccola serra dove hanno le piante. La mattina dopo lo ritrovo ancora lì, per fortuna, ma niente sembra cambiato. È accucciato in un angolo, solo e triste. Lo lascio così sentendomi un po’ alleviata dal fatto che non sia scappato e un po’ colpevole per non saper che fare.

Morale della favola: quando torno il pomeriggio, dopo una giornata di vento incredibile, l’emù è sparito. Le raffiche devono aver aperto la porta della serra. Non so se sopravviverà ma son più contenta così: l’alternativa era una gabbietta e una vita lontano dai suoi simili, non mi sembrava una buona opzione.

La bambina “Serena, come sta il mio emù?” “Ehmmmmmmmmmm, ecco, è è è… è andato via”. Non ho mai visto una bambina rabbuiarsi di più. “L’hai lasciato andar via?”, “Noooo, ecco, è… è… andato via”. Interviene la nonna “Darling, è morto, succede, non son animali domestici, era difficile sopravvivesse nella gabbietta”.

E così ora tutti sanno che l’emù è morto, la vera versione dei fatti non verrà mai raccontata. Spero abbiano appreso la morale: sarebbe stato meglio lasciarlo dov’era.

Deddu

Deddu

Lui, il mio deddu, una patata a quattro zampe la cui esistenza ha ufficialmente decretato la sostituzione del serpente col cane nel detto “come un.. che si morde la coda”: perché a lui piace passare le giornate così!

L’altro: il cane di cui non ho testimonianza fotografica. Che appena lo vedi la prima parola che ti viene in mente è friendly (amichevole), forse per quel suo ringhio assassino, gli occhi iniettati di sangue, l’aspetto tozzo e il corpo teso, pronto allo scatto.

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Pavoni, galline e.. killerduck. Nota a margine: dopo aver trafficato per mesi con cacche di varie specie animali posso affermare senza ombra di dubbio che quella di gallina è la meno piacevole in assoluto. Rivoltante.

 cieli dorati cieli nembi cieli rosa

Ultimi cieli sul cottage, nubi rosa e dorate.

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Il tavolo dove niente si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Thank godness per queste mie ostinate passioni: perché quando ti trovi senza esseri umani intorno, senza internet, tu e te, te e tu, sempre nello stesso posto, devi per forza trovare il modo di far passare le ore senza sentire che stai sprecando tempo. Con tre elementi -cioè un pc, il feltro e il cotone- son riuscita a intrattenermi per tre mesi tra lettura, scrittura, macramè e cucito: missione compiuta.

Capitolo acqua – non potabile

Non posso lasciare magic cottage senza ricordare cosa vuol dire acqua qui. L’acqua con cui si lava e ci si lava, ossia quella che esce dal rubinetto, proviene da delle cisterne nella quale viene pompata la -non proprio cristallina- acqua del canale. La chiamano dam water. Dam sta per diga. E qui al cottage c’è solo lei, o meglio c’era, visto che gli ultimi giorni (cioè esattamente la settimana in cui tutte le sei persone che popolano questi 22000 acri hanno deciso di fare vacanza a Brisbane) è inaspettatamente finita: niente, nothing, nulla manco una goccia. La verifica della cisterna con percussioni conferma il sospetto diagnostico: rimbomba, è piena d’aria. Oh oh. Meno male son solo tre giorni e non sto lavorando: la doccia è rimandata a lunedì, per ora cat style washing, mi lavo come i gatti.

Capitolo acqua – potabile

Io non ci volevo credere all’inizio ma è vero: bevono l’acqua piovana. L’acqua che dal cielo cade sui tetti, tramite le grondaie la convogliano nelle cisterne e da lì direttamente nel bicchiere. Io non son schizzinosa però i miei dubbi sulla salubrità di quest’acqua non li nascondo. Primo perché non è che i tetti e le grondaie siano puliti (e quindi ci può finire di tutto, dalla polvere -che infatti le conferisce quel romantico colore ocra/rossastro e quel sapore terroso/ferroso non esattamente piacevole- alla cacchetta di coccaburra – uno degli uccelli che spopolano da queste parti) e secondo perché a naso direi che ha zero sali minerali. Vabbè, qua comunque la bevono da generazioni e pare che nessuno abbia mai avuto problemi, io però almeno un filtro tra la grondaia e la cisterna lo piazzerei. Messaggio di servizio: Mr and Mrs Lampus se qui sopravvivono solo con l’acqua del cielo anche negli anni in cui piove di meno (per capirci, la Sardegna è una terra da monsoni in confronto) mi dico, non sarà il caso di iniziare anche da noi a raccoglierla seriamente? Se non altro ci innaffiamo orto e giardino!

Campi di ceci

Campi di ceci

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