Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta

Oggi sono le parole di un’altra persona a rispecchiare appieno i miei pensieri. Da “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert M. Pirsig:

« Il più grosso problema dello studente è una mentalità da mulo, inculcatagli da anni di politica del bastone e della carota. L’abolizione dei voti e dei diplomi non si propone di punire i muli o di liberarsi di loro, ma di creare un ambiente in cui ogni mulo possa trasformarsi in un uomo libero.

Lo studente ipotetico, ancora mulo, andrebbe alla deriva per un po’ e grazie alla cosiddetta “dura scuola della vita” finirebbe con l’impossessarsi di un altro tipo di istruzione, valida forse quanto quella che ha abbandonato. Così invece di sprecare tempo e denaro come mulo di alto rango, gli toccherebbe procurarsi un lavoro come mulo di basso rango, forse come meccanico. In realtà la sua condizionerealemigliorerebbe, perchè se non altro sarebbe lui stesso protagonista di un cambiamento. Potrebbe continuare a fare il meccanico per il resto della vita, potrebbe aver trovato il suo status. Ma forse no.

Col tempo – sei mesi o forse cinque anni – qualcosa potrebbe incominciare a cambiare. Il lavoro, ripetitivo e monotono, lo soddisferebbe sempre meno. La sua intelligenza creativa, soffocata da troppa teoria e troppi voti al College, verrebbe ora risvegliata dalla noia dell’officina. Migliaia di ore di frustranti problemi meccanici lo spingerebbero a interessarsi di più al progetto industriale. Gli piacerebbe disegnare lui stesso dei macchinari. Incomincerebbe a pensare alla possibilità di un lavoro migliore. Proverebbe a modificare qualche motore, otterrebbe qualche successo, ne cercherebbe altri, ma si sentirebbe bloccato dalla mancanza di conoscenza teorica. Proprio lui, che non aveva mai provato interesse per la teoria, ora scoprirebbe un campo della formazione teorica degno di tutto il suo rispetto, e precisamente l’ingegneria meccanica.

Così tornerebbe alla nostra scuola senza voti e senza diplomi, motivato questa volta non dai voti ma dalla conoscenza. Lo stimolo a imparare gli verrebbe dal di dentro. Sarebbe un uomo libero. Non avrebbe bisogno di disciplina per la sua formazione, anzi, se i professori dei suoi corsi non si impegnassero a dargli quel che cerca sarebbe lui a metterli in riga con qualche domanda fuori dai denti.»

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«L’allegoria della montagna fisica per quella spirituale che si erge tra ogni anima e la sua meta è una delle più facili e naturali. Come quelli che ci siamo lasciati dietro nella valle, la maggior parte degli uomini sta a guardare le montagne spirituali per tutta la vita e non ci si avventura mai, accontentandosi di ascoltare quelli che ci sono stati, e risparmiandosi così ogni avversità. Alcuni vanno sulle montagne accompagnati da guide esperte, altri si sforzano di trovare da soli la loro via. Pochi di questi ultimi hanno successo, ma talvolta qualcuno, aiutato dall’ostinazione, dalla fortuna e dalla grazia, ce la fa. Una volta arrivato, si rende conto più di chiunque altro che di vie non ce n’è una sola, nè ce n’è un numero stabilito. Sono tante quante le anime individuali

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«Le montagne si dovrebbero scalare col minor sforzo possibile e senza fretta. La velocità dovrebbe essere determinata dallo stato d’animo dello scalatore. Se sei inquieto, accelera. Se rimani senza fiato, rallenta. Le montagne si scalano in un equilibrio che oscilla tra inquietudine e sfinimento. Poi, quando smetti di pensare alla meta, ogni passo non è soltanto un mezzo, ma un evento fine a se stesso. Questa foglia ha l’orlo frastagliato. Questa roccia è instabile. Da qui la neve è meno visibile, benchè più vicina. Queste sono cose che dovresti notare comunque. Vivere soltanto in funzione di una meta futura è sciocco. E’ sui fianchi delle montagne, e non sulla cima, che si sviluppa la vita.

Ma evidentemente senza la cima non si possono avere i fianchi. E’ la cima che determina i fianchi. E così saliamo.»

ګ؂

«Il fatto di avere degli obiettivi che una volta raggiunti gratificassero il loro ego rendeva senza dubbio i ragazzi più volenterosi e attivi, ma alla lunga questo tipo di movente è distruttivo. Qualsiasi sforzo abbia come obiettivo finale l’autoglorificazione è destinato a concludersi in un disastro. Quando si prova a scalare una montagna per dimostrare la propria bravura, è raro che si arrivi alla vetta. E anche se ci si arriva è una vittoria ben meschina. Per consolidarla bisogna continuare a misurarsi, incessantemente, condannati ad aderire per sempre a una falsa immagine di sè ossessionati dalla paura che l’immagine non sia vera e che qualcuno lo scopra.

All’occhio inesperto tra la scalata centrata sull’ego e quella che mette l’ego da parte non c’è nessuna differenza. Ma lo scalatore tutto proteso verso il proprio ego è come uno strumento fuori fase. I suoi passi sono troppo affrettati o troppo lenti. Con ogni probabilità uno scalatore così perde la bellezza della luce che filtra tra gli alberi. Rifiuta il qui, ne è scontento, vorrebbe essere più avanti ma quando ci arriva è altrettanto scontento, perché anche lì diventa “qui”. Quello che sta cercando, quello che vuole, è tutto intorno a lui, ma lui non lo vuole, proprio perché ce l’ha tutto intorno. Ogni passo è uno sforzo sia fisico sia spirituale, perché egli immagina che la sua meta sia esterna e distante.»

 

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2 risposte a “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta

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