Girando attorno all’Annapurna: prima della neve, la polvere

Siedo in un giardino tropicale, sulle rive del lago di Pokhara. Vesto all’indiana, pantaloni larghi e colorati, un bracciale e una collana tibetani. Scrivo su un diario nepalese. Questi i “souvenir” che mi porto dietro, insieme a quelli marchiati sulla pelle: le mie mani si stanno infatti lentamente riprendendo dopo i geloni e la disidrosi provocati dalle temperature sotto zero di una settimana fa, ma sono ancora in parte coperte di bolle, croste e ulcere.

Quasi guarite

Quasi guarite

Il sole bruciava la pelle tra le cime e c’è chi, come Jacopo, non avendo usato gli occhiali da sole è rimasto cieco per due giorni dopo il fatidico passo. È dura camminare nella neve, è dura stare a quelle quote: il freddo si infila come aghi sotto la pelle.

Ma iniziamo dal principio, dalla cittadina dall’aria irrespirabile di Besi Sahar, dove son arrivata il 4 marzo con Toni, un ragazzo finlandese, e Tal, un ragazzo israeliano, dopo un viaggio su un autobus pubblico in perfetto stile nepalese, che per 600 Rupie ci porta da Kathmandu a questo paese, punto d’inizio del lungo trekking che gira attorno all’Annapurna. Caricano i nostri zaini sul tetto del pullman, gli legano con delle corde; saliamo a bordo, siamo tra nepalesi, ci accomodiamo sui sedili che son stati battezzati molte vite fa, sorridiamo al volto di Che Guevara ben stampato sul cruscotto, laddove noi in genere teniamo il rosario o il crocifisso.

Stazione degli autobus di Kathmandu, caricano gli zaini sul tetto

Stazione degli autobus di Kathmandu, caricano gli zaini sul tetto

Si parte, il viaggio attraversa 180 km di strade dissestate per otto lunghe ore, e ci porta attraverso un paese poverissimo, di case mezzo distrutte o rimaste incompiute, di polvere, spazzatura che brucia ai lati della carreggiata, galline che razzolano, venditori che bussano ai finestrini offrendoci la loro mercanzia appena la velocità si fa a portata d’uomo.

In Italia si guida a destra, in Australia a sinistra. In Nepal dove capita: il freno è sostituito dal clacson che non smette di suonare, si zigzaga tra i veicoli, vecchie suzuki maruti spuntano e ci sorpassano da un lato e dall’altro, si procede a volte con nonchalance a filo burrone: mi sento dentro a un film e -non poche volte- stringo le chiappe.

A bordo dell'autobus nepalese (le dita sono accuratamente incrociate, che Dio me la mandi buona!)

A bordo dell’autobus nepalese (le dita sono accuratamente incrociate, che Dio me la mandi buona!)

Ci fermiamo verso le undici e mezza, è ora di pranzo. L’autobus si ferma in uno spiazzo dove sostano altri pullman dai colori sgargianti. Scendono tutti e si avviano verso un locale un po’ nascosto: gli seguiamo. Uno scantinato in cemento, con tavoli buttati qua e là, e un bancone dove una donna dai modi bruschi prende un piatto e ci butta dentro il contenuto delle cinque ciotole che ha davanti: le mosche le fanno compagnia, tra lo sporco e il disordine. Quando entriamo tutti gli sguardi si posano su di noi, siamo gli unici tre volti chiari qua dentro e stoniamo con quest’ambiente. La fame ha la meglio e mi faccio servire un’abbondantissima porzione di dal bath per 100 rupie, se non altro è super economico. Inizio a capire che se voglio sopravvivere in questo paese mi devo abituare in fretta ai loro standard igienico-sanitari: chiudo gli occhi e butto giù questo riso, lenticchie e verdure, per riaprirli poco dopo e scoprire che poi, in fondo, il sapore non è male.

Verso le quattro del pomeriggio, dopo otto lunghe ore di sballottamenti, arriviamo nella polverosa Besi Sahar, 800 mt di altitudine, dove ci fermiamo per la notte. La sosta è obbligata visto che al primo posto di controllo ci fermano per farci notare che non abbiamo le carte in regola per proseguire: i permessi che ci son stati venduti a Kathmandu non sono infatti quelli giusti. Riusciamo comunque dopo molte telefonate e alla mediazione di un nepalese ad ottenere i permessi senza dover aggiungere una sola rupia, ma nel frattempo s’è fatto tardi e l’idea di iniziare a camminare già da oggi salta.

No, non è carnevale, è la normalità :)

No, non è carnevale, è la normalità 🙂

Prendiamo una camera in una casa per 100 rupie in tre, c’è appena spazio per le gambe tra un letto e l’altro ma per quel prezzo (30 centesimi d’euro a testa) non possiamo certo pretendere di più.

Giochiamo a carte, mangiamo momo e ce ne andiamo a dormire.

Il primo giorno per poco non mi uccide: ci mettiamo in cammino alle sei e non ci fermiamo che per una frugale colazione verso le nove, continuando a camminare fino alle quattro e mezza del pomeriggio. Fa caldo, siamo a maniche corte ma sudo terribilmente, non mancano due salite ripidissime, arriviamo a 1300 metri, tremo come una foglia dall’una in poi ma i miei compagni di cammino vogliono proseguire fino a Ghermu a 1100 metri.

Terrazzamenti, risaie e case di fango ci fanno compagnia nella salita verso Ghermu

Terrazzamenti, risaie e case di fango ci fanno compagnia nella salita verso Ghermu

Ed è lì che arrivo strisciando mentre inizia un temporale che continua poi per tutta la notte. Alle otto mangiamo affamati il nostro Dal Bath, e non rifiutiamo i gentili bis e tris che vengono offerti come vuole la tradizione a chi mangia questo piatto (che non a caso è il piatto nepalese per eccellenza, pasto fisso per tutti i portatori).

Attraversiamo risaie, bananeti, bambù, sorrido al vedere un campo di calcio ricavato su un terrazzamento più o meno pianeggiante e spietrato, dove le porte sono tre pali di legno tenuti assieme alla bell’e meglio. Continuiamo piano sui sentieri sui quali si affacciano le case dei contadini di queste terre, gente umile, che condivide il suo tetto con galline, mucche, capre. I bambini sono talvolta impertinenti, ci bloccano la strada ripetendo meccanicamente “sweet, pen, ten rupiees”, tristemente educati all’accattonaggio già in tenera età.

Uno dei primi traballanti ponti sospesi sul tracciato, ne attraverserò talmente tanti da perdere il conto

Uno dei primi traballanti ponti sospesi sul tracciato, ne attraverserò talmente tanti da perdere il conto

ponte dettaglio m

Raccolgo l’acqua nelle borracce quando incontriamo qualche fonte e uso le pastiglie di iodina per purificarla, la prima volta bevo giusto qualche sorso, timorosa dei possibili effetti collaterali ma poi mi abituo e la butto giù tranquilla anche se sul fondo resta sempre un po’ di sabbia.

Standing ovation per l'ingresso alla vallata e al villaggio di Tal

Standing ovation per l’ingresso alla vallata e al villaggio di Tal

Lasciamo Ghermu e continuiamo fino a Tal, 1700 metri, un paesino magnifico sulle rive di un fiume, che si spalanca davanti a i nostri occhi attraverso la prima porta tibetana: è un’emozione varcare la soglia di questa nuova regione, dove l’altitudine sta iniziando a cambiar volto al paesaggio, dove inizio a sorridere dell’avvicinarsi delle montagne, che avverto ogni giorno più vicine.

Gli standard delle “lodges” come vengono chiamati gli ostelli/rifugi lungo il percorso son lontani da quelli occidentali, il bagno in camera è quasi inesistente, e forse è preferibile sia così visti gli effluvi poco piacevoli che si sprigionano quando se ne apre la porta. La “toilet” è essenziale: alla turca, un buco sul pavimento e un secchio da riempire d’acqua come sciaquone. I lavandini non ci sono quasi mai, e quando ne vediamo uno i nostri occhi si spalancano in segno di commozione e ringraziamento.

Non c’è altro che polvere e terra su questi sentieri, che si trasformano in fango quando piove, il che veste di sporcizia anche gli interni delle case di questi villaggi, dove i pavimenti sono di terra battuta o legno ingrigito, e marca un’ulteriore differenza rispetto ai paesi occidentali, dove la polvere è maniacalmente perseguitata. Non c’è elettricità o quando c’è va e viene, seguendo tagli programmati e non, e rendendo i nostri tanti dispositivi tecnologici difficilmente utilizzabili.

Anche oggi mangiamo tutti e tre Dal Bath, e la roulette russa vuole che Tal si prenda un’infezione alimentare da ameba, mentre io e Toni per fortuna ce la scampiamo.

Risaliamo il corso del fiume Marsyangdi Nadi

Risaliamo il corso del fiume Marsyangdi Nadi

Continuiamo a seguire il corso del fiume Marsyangdi Nadi, spostandoci da un lato all’altro attraversando traballanti ponti sospesi. Si sale costantemente, arriviamo così a Koto, a 2700 metri, tra boschi che ricordano le foreste di alberi ent, guadando ruscelletti, nell’aria che si fa via via più fredda e ci costringe a indossare felpe e giubbotti. Miracolosamente c’è un telefono, e per 100 rupie al minuto (una cifra astronomica) posso chiamare a casa e dare sollievo ai miei familiari che non ricevono mie notizie da giorni: in 30 secondi scarico su mia mamma un “Ciao sono Seri, tutto bene, sono a Koto, continuo a camminare, qui non c’è mai telefono e se c’è costa tantissimo per cui se non vi chiamo non preoccupatevi, va tutto bene, è bellissimo, voi tutto ok? Si, allora ci sentiamo quando capito in un altro posto con telefono!” Passo e chiudo.

Mi sento lontana anni luce da casa e dalla civiltà, eppure so che questo è uno dei luoghi più turistici in Nepal.

Alle sette è buio pesto e il cielo si riempie di stelle, le costellazioni si disegnano nette su questo sfondo corvino ma fa già troppo freddo per trattenersi a indovinarne i nomi.

Incontriamo Kasia, ragazza polacca che fa il percorso con un portatore, consumiamo insieme la cena a lume di candela, in una forzata atmosfera romantica vista l’assenza di elettricità. Ci rincontreremo costantemente nelle tappe successive e alla fine inizieremo a camminare assieme.

Andiamo sempre a letto presto, alle sette o otto crolliamo stanchi dentro i nostri sacchi a pelo dove ci rifugiamo in cerca di calore e riposo.

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8 risposte a “Girando attorno all’Annapurna: prima della neve, la polvere

  1. Seri che avventura…mi hai fatto venire i brividi, in tutti i sensi…sono davvero curiosa di leggere il seguito della tua storia!!!

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