Il viaggio insegna a cambiare atteggiamento: chi sono “gli altri”?

“Per anni si aspetta che la propria vita cambi senza sapere che è lei ad attendere il cambiamento di chi la vive.” Questo è l’incipit del blog di Caterina (gocce di psicoterapia), psicologa e psicoterapeuta che, tanto per citare le sue parole, adora quando le persone decidono di dare una svolta alla propria vita per seguire i loro sogni“. Caterina ama il suo lavoro perché le permette di aiutare le persone insoddisfatte a prendere consapevolezza di questa insoddisfazione e a cercarne i motivi, a rendersi conto di ciò che vorrebbero davvero e a cambiare.

Quest’articolo nel suo blog parla di me e della mia decisione di “cambiare rotta”.

Leggere quelle righe mi ha emozionato non poco, e oltre all’ovvio piacere che ne è derivato dal mio orgoglio rimpolpato, ha anche risvegliato in me domande e interrogativi, analisi profonde sul mio personale percorso di rivoluzione interiore.

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Il mio viaggio infatti vuole essere soprattutto questo, non una caccia alla prossima bandierina da affondare sulla cartina del mondo, ma un percorso fatto di crescita personale, di cambiamento di attitudini e comportamenti, di superamento di paure e ostacoli.

“Cambio rotta” non si riferisce solo al cambio di direzione dalla strada segnata della carriera medica -verso quella totalmente incerta e non pianificata di un lungo viaggio-, ma anche e soprattutto a un cambiamento intimo, una rivoluzione interiore che trova spazio nel viaggio fisico perché solo nel viaggio ci si mette davvero a nudo, si è soli e lontani, si dimentica il passato per vivere appieno il presente. Il viaggio infatti predispone a “disimparare“, a uscire dagli schemi di pensiero e comportamento che abbiamo appreso e che automaticamente usiamo per confrontarci con la nostra realtà quotidiana.

Com’è che il viaggio mi ha cambiato dentro? Innanzitutto mi ha insegnato a vedere “gli altri” sotto un’altra prospettiva.

Il viaggio aiuta infatti a passare da un atteggiamento di diffidenza nei confronti dell’altro, visto sempre come minaccia, peso, ostacolo da superare, ad un atteggiamento di apertura, confronto, accoglienza: si cambia sguardo e si inizia a capire che se vuoi davvero viaggiare per un lungo periodo devi imparare ad affidarti al mondo, ad avere fiducia negli incontri che capitano, a pensare che le persone che incontri sul tuo cammino hanno le tue stesse paure, difficoltà e necessità.

Sconosciuti prima, conosciuti poi

Sconosciuti prima, conosciuti poi

Fino a qualche anno fa sarebbe stato per me impensabile fidarmi di qualsiasi altro essere umano al di fuori della mia stretta cerchia di amici e familiari: sono stata educata a diffidare sempre, a tenere a mente che “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio“, a vedere l’altro sempre come un pericolo e una minaccia alla mia incolumità, come “quello che ti vuol fregare”. Ovviamente non dico che non esista anche questa categoria di persone -purtroppo- ma ciò che mi preme sottolineare è che una grossa fetta di persone non è né più né meno come me, pronta a darti una mano quando ne hai bisogno, per il semplice fatto che è umana e che in quanto tale sente il piacevole dovere etico di aiutare, piacevole in quanto chi aiuta viene sempre gratificato da un senso di soddisfazione personale che trasforma il “fare il bene all’altro” in un “far bene a se stesso”, insomma un bel connubio di altruismo ed egoismo.

Ci sono sempre anche incontri poco piacevoli durante il viaggio, che a mio modo di vedere sono comunque utili: si può infatti apprendere da qualunque esperienza, sfruttarli come punto di partenza per un’autoanalisi e una riflessione, per capire cosa non ci piace dell’atteggiamento di quelle persone e quindi per tenere a mente come non vogliamo essere o chi non vogliamo accanto. Quando si viaggia si deve quindi mettere in conto anche la possibilità di fare incontri spiacevoli, ma si accetta il rischio e ci si mette in gioco: come primo fattore si supera quindi la paura e come secondo step si passa da un atteggiamento di difesa a uno di confronto.

Non si può viaggiare davvero (e quindi crescere) se non si dismette l’armatura che siamo soliti portare in città, dove ci chiudiamo nel nostro mondo piccolo per difenderci dalle novità, dove stiamo aggrappati con le unghie e coi denti alla nostra “confort zone”. Non si può apprendere in questo modo, e questo video descrive bene ciò che intendo.

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La prova

Il mio ultimo cammino di Santiago è stato la prova determinante nel convincermi della verità di questa filosofia: sono partita da sola, ricordo bene il viaggio nel bus notturno da Madrid a Irún, stipato al massimo per gli standard occidentali, l’aria pesante di umanità, l’arrivo in stazione la mattina prima dell’alba, l’uscire alla ricerca delle frecce in completa solitudine, nessuno a parte me su quella strada. Aspettare seduta sui gradini di una chiesa che passasse qualcuno cui chiedere. Iniziare a camminare, lasciandomi alle spalle il paese e addentrandomi nelle campagne del país vasco.

cammino

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Un passo dopo l’altro, sono andata avanti per 900 km, finché davanti a me non ho trovato l’Oceano a fermarmi, a cabo Finisterre. Son tornata a casa un mese e mezzo più tardi con il cuore pieno di nuove amicizie, persone davvero speciali, che ho incontrato sul percorso, che mi hanno aiutato quando ne avevo bisogno, che mi hanno aspettato, sorriso e regalato i loro abbracci e il loro affetto quando ne avevo bisogno. Che più tardi mi hanno aperto le porte delle loro case, e continuano ad essere presenti anche se fisicamente lontani.

Nel cammino ho anche incontrato persone “pesanti”, persone che avevano un carattere incompatibile col mio, persone chiuse e con le quali comunicare è stato impossibile. Persone che erano come sono stata anch’io per tanto tempo, ai tempi del liceo: una ragazza muta, impaurita e incapace di comunicare e quindi aiutare, con un carattere che mi fece perdere la possibilità di costruire amicizie, di confrontarmi coi miei compagni di classe e di riempire quel periodo di ricordi positivi. Ciò che resta infatti di quegli anni è -in termini umani- un deserto.

Finisterre

Finisterre

Ritornando al cammino e ai suoi incontri spiacevoli devo comunque ammettere che non riesco a ricordare granché, perché il piatto della bilancia pende decisamente a favore delle buone persone e perché si sa, col tempo si dimentica il brutto e resta solo il bello.

Questa è una delle più importanti lezioni che ho imparato viaggiando: se fossi restata a casa, se non mi fossi affidata al cammino e se non avessi sorriso a queste persone incontrate per strada ora sarei molto più povera e sola.

Ed ecco perché ora parto col sorriso verso la mia prossima avventura nepalese, mi affido alla strada e alle sue lezioni certa che saranno un bellissimo modo di crescere ancora.

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