Il richiamo del Nepal

Il sole si posa dolce sul tavolo mentre sorseggio una tazza di caffè bollente e lascio che l’aroma ne impregni l’aria. Sento il calore di questo legno chiaro entrarmi dentro e fermare per un attimo il treno dei miei viaggi mentali.

La mente riposa un attimo. 

Ma le mani vogliono scrivere.

Inquietudine, compagna di vita.

Tace per poco ad ogni nuovo trasferimento, uno, due mesi al massimo e poi, quando la vita si fa più stabile, quando il vento del movimento si placa, riaffiora lenta e monta dentro, giorno dopo giorno, senza riposo, col solo obiettivo di cambiare orizzonte e sfida.

Mi porta su nuovi sentieri, decide che la prossima partenza sarà a Marzo: nell’anniversario dei tre anni dal mio primo cammino di Santiago vorrebbe condurmi in Nepal, paese che mi chiama da anni per le sue montagne che parlano di spiritualità.

A tre anni esatti da Saint Jean Pied de Port e dalla neve sui Pirenei che per poco non mi uccise -e in parte forse lo fece-, mi condusse attraverso giornate primaverili, ustioni solari, fino a farmi rinascere grazie al suo ineguagliabile carico umano, emotivo, con la scoperta di una nuova dimensione di vita, di semplicità, di felicità.

Volo con la mente verso Kathmandu e cammino lenta attorno all’Annapurna, salendo piano da 800mt fino a 5400 e più, a piedi ancora una volta, perché solo così riesco a sentire il vero sapore del viaggio, a trovare me stessa e incontrare chi ho intorno, solo così riesco a penetrare l’indicibile bellezza della natura, a bagnarmi della luce dei tramonti, a sentire la fame, la fatica, il valore del riposo e dell’ospitalità.

Infilo un passo dopo l’altro con pazienza nel silenzio e nella solitudine, scorro come l’acqua di un torrente tra i sassi, sono parte del tutto.

Lo zaino come casa, sommo e unico bene di una lumaca umana, tutte le mie fortune ridotte ai dieci chili che mi porto appresso, di cui pago il peso.

Torno alle origini, spogliata di ogni superficiale bellezza, mi affido con fiducia a ogni alba col suo carico di imprevedibilità e mi trascino a volte stanca e svogliata, altre impaurita, altre carica di travolgente energia.

Imparo a seguire il mio ritmo, a continuare sempre e comunque, a spostare lo sguardo dai miei problemi all’esterno, ai paesaggi, alla meta.

Marzo è lontano, ma io son già in parte lì, tra i posti che vedrò, i percorsi che calpesterò, la fatica e il sudore, i fiori, i sassi, le cadute, le scivolate, i cani che ringhiano, il vento freddo, i cieli plumbei e le nuvole, volti nuovi e nuovi sorrisi. In un luogo fuori dal tempo, senza calendari, senza orologi.

Son lì nel desiderio che mi porterà a vivere questa nuova esperienza e che mi permetterà di varcare la soglia di una nuova me.

Continuo a farmi cullare dai sogni dei viaggi futuri, dai molti paesi e genti che vorrei visitare, vado lontano, raggiungo uno stato di benessere estatico…

Salto, volo, plano…

Sogno…

Mi desto: sono qui, gli avambracci su un tavolo di legno chiaro, il sole un po’ meno caldo, poco caffè secco e raggrumato sul fondo di questa tazza vuota accanto. Atterro sotto un cielo azzurro che profuma di rose e fresie di un novembre australe: inspiro profondamente e alzo lo sguardo da questo foglio verso il mondo reale e il presente.

Un presente con non meno colori di questo futuro che mi diverto a dipingere.

Mi alzo, chiudo i sogni e lascio la penna sul tavolo: mi tuffo in questa nuova giornata.

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Una risposta a “Il richiamo del Nepal

  1. Talmente bello che l’ho letto tre volte e sempre più lentamente per assaporarlo bene, per non lasciarmi sfuggire neanche una goccia di questa rugiada di perle…

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