Ricordo

 

Ricordo quel giorno. Mattina dopo Madrid, lui era vecchio. Camminava instabile. Una pelle di carta, la parola zoppicava. Ricordo quell’uomo vecchio, con due occhi dolci, nella stanza di tele e pennelli. Dipingeva ancora. Una luce illuminava il suo sguardo mentre Simo gli diceva “Lei è mia sorella, quella spagnola, si ricorda?”. Ricordo quell’uomo, come lo avessi davanti ora, incerto nel suo passo, un corpo arreso all’avanzare degli anni. Ricordo quel suo sorriso, il primo e l’ultimo che avrei visto. Ero li per imparare a fare i prelievi che non avrei mai imparato a fare, e di quell’incontro porto i suoi quadri nel cuore. Signor Loddo era un uomo vecchio ma era stato giovane e forte un tempo. Oggi scopro che non c’è più, che quel corpo è cenere in una bara, non esiste più. La sua foto di tanti anni prima mi colpisce e ferisce, è dura vedersi invecchiare. Vedere che nessuno vede oltre quel corpo ferito dagli anni, sentire che non servi più, né a te ne agli altri, sei un povero vecchio, che ha già vissuto ciò che doveva. Vorresti vivere ancora, perché dentro senti che di vita ne hai ancora ma a questo mondo non hai più nessuno. I tuoi amici, tua moglie, i tuoi coetanei, tutti se ne son andati. Chi prima chi dopo, come foglie che cadono, e ti mettono a nudo. E così un giorno ti dici che ti piacerebbe un po’ di compagnia e prendi quel telefono e chiami quella ragazza dalla voce dolce che viene a farti i prelievi ogni mese perché, ti dici, non hai più niente da perdere e oggi non ti va proprio di restare solo. Il telefono squilla, una, due, tre volte e la voce arriva, e la tua determinazione vacilla, ti senti idiota, senti il dubbio insinuarsi tra le pieghe di quella voce dolce, un silenzio imbarazzato, lasci scivolare una frase di circostanza e saluti, la senti sollevata in quella chiusura e una punta di vuoto ti morde il cuore. Ti senti un vecchio che elemosina compagnia, non vorresti essere questo, non vuoi compassione, vorresti ancora sentire che vali qualcosa, che il tempo passato con te può essere uno scambio non un regalo. Quante cose hanno dipinto quelle mani che ora stringono una cornetta inutile, le stesse mani ora così sole. C’è silenzio e ricordi, i soliti assillanti ricordi. Vivere nel passato è la tua tortura, non esser più trattato da pari la tua condanna. Vedo la tua foto e non posso impedire alla mia voce di strozzarsi, alle lacrime di scendere e al nodo in gola di formarsi. Non t’ho conosciuto che per qualche minuto, quella lontana mattina di febbraio. Nella tua stanza di tele e pennelli, disordinata e viva come solo sanno essere quelle dei veri artisti. Ricordo il tuo passo e il tuo sguardo in quella stanza. Ti mando un saluto, ovunque tu sia, fratello uomo, e porto una briciola della tua storia nel cuore.

 

Gonario Loddo

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