Disinserire il pilota automatico

Erano forse i primi di Maggio quando scrivevo queste parole: mi sento lontana anni luce da quella sensazione di prigionia e stazionarietà, per questo ritrovare questa pagina di diario mi ha colpito non poco.

Decido di pubblicarla per tenere a mente che sono io il pilota nella mia vita, che son responsabile della sua direzione e delle conseguenti sensazioni che ne derivano.

La pubblico anche per ricordarmi di come mi sentissi prima della decisione di cambiare rotta, e per confrontare quello stato d’animo con quello attuale.

La pubblico per ricordare che la sensazione di insoddisfazione personale può avvelenare l’intera vita e i rapporti con gli altri.

La pubblico per ricordare ancora una volta cosa mi va a genio e cosa no.

La pubblico per dare speranza a chi ancora non vede la luce in fondo al tunnel.

“Mondo piccolo e chiuso.

Stesse persone, con una visione del mondo parziale, limitata a questa società.

Quello che non c’è qui, loro son sicuri che non esiste, io meno.

Troppo tempo passato dietro al lavoro per me che aspiro a vivere fuori. A viaggiare, ad avere tempo per me.

Il valore assoluto dell’esteriorità, qui fortissimo. Il consumismo. La superficialità dell’abbellirsi con una maglietta nuova, una gonna nuova, scarpe, borse, trucchi, gioielli e quanto serva ad addobbarsi. Non condivido la giustizia di tutto ciò.

Penso che la vita sia esistenza nel mondo, che della razza umana ciò che m’affascina è la varietà, ciò di cui mi innamoro è la sensibilità, e ciò che odio è la sofferenza ingiusta, che ci sia chi non ha cibo né diritti, che io sia nata nella parte del mondo giusto non basta a lavarmi la coscienza.

Non mi piacciono gli ordini, monastici o militari che siano, riducono l’essere a un fantoccio, annullano differenze e personalità. Per questo schivo la chiesa nel suo sistema organizzativo, mentre ne condivido i principi di fondo.

Mi piacerebbe esser missionaria ma non potrei tollerare la rinuncia alla libertà, all’indipendenza, all’autogestirmi.

Sapere d’arte, di storia, d’archeologia, spiragli di un mondo che s’apre nei viaggi, che aprono nuove curiosità.

Non mi vedo qua, qua mi sento triste, mi spengo. Ho vissuto nella pratica le varie condizioni e qua soffro di claustrofobia.

Poi mi fermo e penso “Se domani fosse il giorno del game over potrei dirmi: •Hai vissuto come volevi? Sei soddisfatta? Senti di essere all’apice? Senti di vivere al massimo?•

No.

Sento di vivere al 50%, di proseguire per strade tracciate, di seguire sentieri strabattuti, un paesaggio intorno già visto milioni di volte.

C’è chi vive bene nella monotonia di un quadro, io credo che questa non sia la mia dimensione, la mia unica dimensione, mi piacerebbe cambiare.

Questa ragazza mi ricorda una me, la me migliore, quella vera.

Ma son ancora troppo legata ai soldi, alla necessità di dare un senso di sicurezza ai miei genitori, di farli star tranquilli. Guadagnare per vivere, necessario. La medicina segue tappe rigide, e mi costringe nell’adattarmi a schemi per me innaturali. Ma posso davvero sottrarmi alla specializzazione? Come? Mi vedo triste, alla lunga, in quella dimensione. Dov’è che mi vedo sorridere soddisfatta? Ancora, non so.

Non mi piace vivere tra gente che mi conosce e mi colloca e classifica schedandomi. Qui mi sento una scheda, una cartella clinica, inflessibile. Ancorata al passato. Qui si paga troppo caro l’esser sempre stati in un modo.

Qui dormo, passo il mio tempo in letargo. Anestetizzo così le mie aspirazioni e il dolore, la sensazione di vivere a metà. Quando i giorni son privi di poesia si preferisce la notte, e io preferisco le ore di sonno, quelle uniche ore concessemi per fuggire, gratis, lontano, nei sogni, dove son davvero libera, felice. Ma poi mi sveglio e la giornata ricomincia, e la sensazione che qui non ho nessuno con cui parlare davvero m’insegue, e la staticità di luoghi e volti m’intorpidisce la dinamicità del cervello. Mi sento in stand-by, vivo a velocità di crociera, col pilota automatico.

Vivo in silenzio.

Inutile agli altri, e ancor peggio a me stessa, irrealizzata. Piccole soddisfazioni a rammendare i buchi di vestiti ormai troppo laceri e consunti, ogni giorno nuovi strappi, mai abbastanza toppe.

La sensazione d’esser sola che si fa certezza e colonna ogni giorno che passa, alimentata dalla lontananza di chi mi ha voluto bene e m’ha fatto sentire bene un tempo, persone che oggi non ci sono, non mi sentono, non mi pensano né mi vogliono. Sento sempre più la tristezza di questo stato mutarsi in fredda consapevolezza, in distanza e diffidenza, in certezza dell’inesistenza dell’amicizia. Esiste la cordialità, la gentilezza, ma forse l’amicizia intesa come sentimento d’unione perenne tra anime non c’è. Sono persone unite in un momento particolare delle loro vite da interessi comuni, niente di più. Cui si somma talvolta la bontà d’animo del singolo nel rapporto, niente di più della qualità del singolo. Un rapporto nel quale non si costruisce nulla, si condivide solo un pezzo di cammino. Destinato a cambiare e perdersi, vittima del cambiamento degli io che si allontanano spiritualmente e materialmente.

Vivo evitando di pensare, abdico al sistema il controllo sulla mia vita, dormo, sonnambula. Non mi muovo. Seguo, non conduco. “

 

La pubblico per ricordarmi che la vita cambia in fretta se abbiamo il coraggio di cambiarla.

Basta prendere il timone e cambiare rotta.

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2 risposte a “Disinserire il pilota automatico

  1. Più ti leggo più voglio seguire il tuo esempio!
    Provo esattamente le stesse sensazioni di insoddisfazione, di programmazione, di routine… Sarei voluto scappare già da tempo. Mi sono fatto convincere e ho capito che è meglio terminare prima il percorso che ho intrapreso all’università. Una laurea può sempre tornare utile. Devo decidermi a finire le ultime materie, la tesi, e poi.. poi voglio seguire il tuo esempio!

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